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Epilogo speciale de “Il sapore delle lacrime”

Parte 1

Fuori pioveva. Me ne stavo sul divano a sorseggiare una tazza di caffè al ginseng, col sottofondo della musica che usciva dalla cassa bluetooth. In casa non c’era nessuno. Era un evento da segnare sul calendario. Scorrevo sullo smartphone le foto delle case che avevamo visitato negli ultimi giorni. Ne avevo salvate quattro. Ma solo due mi piacevano davvero. In una, il pavimento era in vero parquet e le finestre erano grandi. L’altra vantava un’ampia terrazza e una bella veranda. Le altre piacevano a Dan perché erano più vicine alla stazione e l’affitto era piuttosto economico. Ma io volevo andare a vivere in una casa che mi piacesse davvero, e che non si limitasse ad essere solo comoda per i nostri – in particolare i miei – spostamenti.

Due anni fa avevo portato tutte le mie cose in quella piccola stanza bolognese, di quell’angusto appartamento condiviso con altri studenti come noi. Dopo pochi mesi da quando eravamo tornati insieme, avevo fatto la pazzia di trasferirmi a Bologna da lui. Questo evento coincideva con il mio ultimo anno di università – e i miei certo non mi avevano incoraggiato. Tuttavia, farmi un’ora di treno ogni giorno per raggiungere Firenze, dove lavoravo e studiavo, non mi pesava. Quei cinque anni lontani ci avevano uniti ancora di più e non c’era cosa al mondo che volessi di più che stare con lui.

I primi mesi ci vedevamo solo nel weekend e durante la settimana ci video-chiamavamo su Skype, praticamente ogni sera. Non sapevamo stare lontani, non dopo tutto quel tempo in cui c’eravamo persi. Mia mamma ci sentiva sempre ridere e scherzare e ogni tanto faceva capolino nella mia stanza e mi diceva di salutarlo da parte sua. Non riusciva proprio a capire che con la video-chiamata anche lui poteva sentirla e vederla. La tecnologia era una cosa che proprio non recepiva. Una sera, mentre eravamo su Skype, Dan mi disse che non ce la faceva più, che non potevamo continuare così. E per un attimo mi sentii sprofondare. Poi forse intuendo dalla mia faccia l’interpretazione sbagliata delle sue parole, aggiunse che non gli bastava, che voleva di più. Effettivamente erano settimane che anch’io ci riflettevo su: le storie a distanza non facevano per me. Avevo bisogno del suo contatto, di sentire l’odore della sua pelle, di toccare il suo viso, di starmene rintanata tra le sue braccia. Avevo bisogno di lui. Ogni giorno. Ero felice che lui provasse lo stesso. Così fui io a decidere di trasferirmi a Bologna. I miei non accettarono di buon grado il mio annuncio una sera a cena.

«Ricordati l’università, Linda. Sei all’ultimo anno» mi disse la mamma.

«E vorremmo ti laureassi in tempo. Diventeresti una pendolare e sprecherai ore in viaggio ogni giorno» soggiunse mio padre.

Ma la verità era – oltre a queste giuste obiezioni – che non accettavano me ne andassi di casa. Forse perché sarebbero stati soli e tristi senza l’unica figlia che era rimasta loro. Ma avevo venticinque anni e volevofare questo passo. Andare via di casa e lasciare il nido sicuro non mi spaventava affatto, perché in realtà avevo tremendamente voglia di cambiamenti. Volevo essere più intraprendente, mettermi in gioco. Sapevo che avrei avuto almeno due ore di treno da fare tutti i santi giorni, ma se questo voleva dire vedere Daniele ogni giorno, addormentarci insieme e svegliarmi accanto a lui… ero ben disposta a farlo.

E così, dopo due anni di convivenza in quella casa di studenti, io e Daniele avevamo deciso di trovarci una casetta in affitto tutta per noi. Solo io e lui.

Era un altro bel cambiamento, ma alla fine la nostra vita era cambiata un bel po’ ormai. Mi ero finalmente laureata. E anche lui, due settimane dopo di me. Dan lavorava da qualche mese come sviluppatore software per un’azienda informatica bolognese. Mentre io, finito lo stage presso lo studio d’architettura Argigli, avevo accettato volentieri il contratto di lavoro  part-time che mi era stato offerto, continuando il mio andirivieni Bologna-Firenze. Ma avevo anche iniziato a cercare online un lavoro più vicino, magari sempre in uno studio di architettura o qualcosa del genere.

All’improvviso sentii inserire e girare le chiavi nella porta d’ingresso. Guardai l’ora sullo smartphone. Erano le 18:20.

Vidi sbucare Dan. Il mio cuore saltò un battito.

«Ciao, amore mio» mi salutò con un sorriso. Si tolse la giacca a vento bagnata e posò  le chiavi sulla mensola all’ingresso, venendomi incontro.

«Ciao, tesoro» gli dissi dolcemente, allungando le braccia verso di lui.

Si chinò su di me e mi avvolse in un caldo abbraccio. Mi baciò sulle labbra e sentii la sua barba leggera pizzicarmi il mento.

«Hai deciso quale preferisci?» mi chiese, lanciando un’occhiata al display del mio telefono. Si sedette accanto a me e mi passò un braccio sulle spalle, tirandomi a sé.

«Mmmh, penso di sì» risposi, rannicchiandomi sotto la sua spalla.

«Ah sì?!? Fantastico. Quale?»

«Indovina.»

Ci pensò su un attimo, tamburellandosi con l’indice il labbro inferiore. Mi piaceva da impazzire quel suo sguardo pensieroso.

«Quella col parquet!» disse poi.

«Bravo! Come l’hai capito? O hai tirato a caso?»

«Io non tiro mai a caso, c’è sempre un ragionamento dietro» disse sorridendo.

Risi, e lo baciai sul collo.

«So che ti piaceva il parquet in tutta casa. Ti immagino camminarci scalza d’estate e coi calzini con le renne d’inverno» spiegò. «E poi da quelle finestre grandi entra tanta luce, potresti fare i tuoi progetti al tavolo con la luce naturale, o lavorare al computer senza problemi. La casa risplenderebbe insieme a te.»

Lo fissai ammirata mentre lo ascoltavo parlare di me con entusiasmo.

“Dio quanto lo amo”, pensai. A volte non mi sembrava vero di stare con lui.

Mi buttai su di lui, facendo cadere a terra il telefono, e lo baciai con passione. Lui rispose con trasporto e mi strinse i glutei. Improvvisamente sentimmo le chiavi girare nella toppa e la porta si spalancò. Di riflesso ci allontanammo leggermente. Entrarono Caterina e Rocco, i nostri coinquilini. Mancava solo Luca ed eravamo al completo.

«Ciao ragazzi, vi abbiamo disturbato?» chiese Caterina, alzando un sopracciglio.

«No no, non vi preoccupate» risposi io. A parte questi momenti di imbarazzo, ci trovavamo bene insieme agli altri ragazzi. Io e Caterina andavamo molto d’accordo. Avevamo stretto un’alleanza femminile contro la supremazia numerica maschile e andavamo spesso a fare shopping insieme.

«No, ci avete solo interrotto» scherzò Daniele.

«A meno che non lo facciate vestiti, non credo di aver interrotto nessun atto sessuale in senso fisico» puntualizzò Rocco ridendo e chiudendo l’ombrello nel pianerottolo.

«E poi il divano è off-limits!» la voce di Luca arrivò dalla tromba scale. «Regole di buona convivenza tra coinquilini!» disse sulla soglia di casa.

«Eh già» si arrese Dan, alzando le mani.

Ridemmo tutti insieme.

 

 

…continua…