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Epilogo speciale de “Il sapore delle lacrime”
Parte seconda
Passato il Natale, Bologna era ancora illuminata a festa. In via D’Azeglio, sopra le nostra teste, c’erano le bellissime luminarie dorate col testo di “Nessuno vuole essere Robin” di Cesare Cremonini, uno dei miei cantautori preferiti. Dan mi aveva regalato i biglietti del tour negli stadi ed in estate saremmo andati insieme al suo concerto. Non vedevo l’ora.
«Ti sei accorta anche tuuu…» iniziai a cantare con le borse della spesa in mano.
Dan mi sistemò il cappello giallo per coprirmi bene le orecchie e sorrise, continuando a canticchiare la canzone fino a casa. Salimmo e svuotammo le borse della spesa, riempiendo il frigo di cibo, e alcool. Non che fossimo sempre così festaioli, ma quest’anno Rocco, Luca e Caterina avevano pensato di fare una festa nell’appartamento che condividevamo per festeggiare con qualche amico l’arrivo del nuovo anno. Quando ce l’avevano proposto non sembrava una cattiva idea, ma adesso che c’era da darsi da fare per organizzare il party, sembravano essere tutti spariti.
«Lo sapevo che sarebbe andata così» fece lui incastrando ben bene le casse di birra in un tetris perfetto.
«Non preoccuparti, vedrai che ci daranno una mano e poi la festa andrà alla grande» risposi passandogli la salsa ai funghi.
«Quando lo farebbero esattamente? Oggi è il 30. Se non fossimo andati noi a fare la spesa, avremmo pasteggiato con qualche avanzo nostro o al massimo un hamburger vegano di Cate. Diviso per tutti gli ospiti.»
«Dai, sai che si svegliano sempre all’ultimo minuto.»
«Sì, quando i market sono già tutti chiusi. Allora avremmo festeggiato col kebab.»
«Il kebab è una garanzia.»
Rise scuotendo la testa.
«Per noi non è solo una festa di capodanno. È come una festa d’addio» aggiunsi. «Non ti mancheranno quando non li avrai più tra i piedi e saremo solo noi due? Alla fine febbraio è vicino.»
«Affatto!» mi rispose cingendomi per la vita. «Non vedo l’ora di vederti camminare coi i tuoi calzini con le renne sul quel parquet.»
A febbraio ci saremmo finalmente trasferiti nella casa che avevamo scelto. Solo io e Dan. Tutto sarebbe stato perfetto. C’era una sola cosa che negli ultimi giorni mi aveva turbata, ma non ne avevo ancora fatto parola con nessuno.
 
La mattina dopo Caterina e Rocco tornarono a casa con cappellini glitterati, occhiali giganti, parrucche colorate e altri buffi gadget da festa trash. 
«Divertimento assicurato!» urlò Caterina, già entrata nel mood della festa.
«Ripetimi a cosa servono tutte queste lucine» le chiese Rocco mentre cercava di districare la matassa di luci natalizie. «Mi vengono in mente mille usi, ma non riesco ancora a capire che ci vuoi fare. Abbiamo già il nostro albero di Natale.»
«Quel ridicolo ramoscello spelacchiato preso al negozietto cinese all’angolo?» disse lei alzando un sopracciglio. «Non meriti nemmeno una riposta. E poi, scusa, che altri usi ti vengono in mente per delle lucine oltre a creare la giusta atmosfera in casa?»
«Beh... vuoi davvero che Rocco ti risponda?» le chiese Dan.
Caterina aggrottò la fronte e poi sospirò. «No, decisamente no.»
Tutti conoscevamo Rocco e la sua mente-a-sfondo-sessuale, come lui stesso ammetteva. Diceva sempre che sua madre non poteva aver scelto nome più azzeccato.
 
Nel pomeriggio la casa era perfettamente addobbata con lucine e festoni e nell’aria si diffondeva l’odore della Yankee Candle alla cannella e il ritmo delle playlist di Spotify. Io, Dan e Luca avevamo preparato crostini misti, pizzette, sformati e torte salate. Alcuni amici avrebbero portato primi e secondi. Cate e Rocco si erano occupati prima dell’alcool e poi di apparecchiare la tavola e ogni piano libero della cucina coi vassoi tipo buffet, mentre noi finivamo di prepararci. Dan era appena uscito dalla doccia, mentre io stavo finendo di asciugare i capelli. Mi baciò sul collo cogliendomi di sorpresa. Incontrai il suo sguardo allo specchio e gli sorrisi. D’un tratto quel pensiero mi tornò alla mente. Non ci avevo più pensato nelle ultime ore, presa dalle cose da fare. Ma ogni volta che Dan mi sfiorava, non riuscivo a reprimerlo dalla testa. Gliene avrei dovuto parlare, eppure non ci riuscivo.
All’ora di cena iniziarono ad arrivare i primi ospiti. Non conoscevamo tutti, a parte qualche collega di Dan, molti erano amici dei nostri coinquilini. Presentazioni più o meno fugaci, strette di mano una dietro l’altra e la mia testa come sempre andava in tilt. “Come diavolo si chiamava quello?”
Quando la casa si riempì iniziammo a mangiare. Non avevamo abbastanza sedie per tutti nonostante Rocco ne avesse prese alcune pieghevoli al market cinese, quindi alcuni restavano in piedi tenendo il piatto in mano, altri si appoggiavano sui braccioli del divano. Ma l’atmosfera allegra e festaiola rendeva tutto molto naturale.
«Ma quanta gente hanno invitato?» mi fece Dan all’orecchio, mentre il volume della musica si faceva sempre più alto.
Feci spallucce. «Sai che Cate conosce mezza Bologna.»
«O forse mezzo mondo» rise lui.
«Già.»
Quando rideva, gli occhi ridevano di più. E io m’innamoravo ancora.
 
 
…continua…